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L’anno del Covid costa 3.3 miliardi a bar e ristoranti

Meno 3,3 miliardi sul 2019: circa il 41,5% del fatturato annuo di bar e ristoranti emiliano-romagnoli andato in fumo. All’alba del 2021 e con l’incertezza su quello che succederà da lunedì, il centro studi di Fipe-Confcommercio presenta il primo conto dei danni del 2020. E lancia l’allarme sul rischio di usura, in un settore che a livello regionale impiega circa 100mila persone.

«Gli ultimi mesi dell’anno per le città, esclusa la riviera, rappresentano il 15- 20% del fatturato annuo – dice il presidente regionale Fipe Matteo Musacci – ma a dicembre chi ha un ristorante ha lavorato quasi esclusivamente il sabato e la domenica. Il grosso dei danni lo capiremo a fine gennaio, quando la Camera di Commercio ci fornirà i dati dell’ultimo trimestre 2020, ma io vedo già molte vetrine chiuse in giro».

I ristori arrivati finora sono due: quelli del primo lockdown, che si basavano sul fatturato perso in aprile e quello erogati in autunno, pari al 200% del ristoro già ricevuto. All’appello mancano ancora il ristoro promesso a dicembre, pari al 100% di quello di aprile, e i 21 milioni messi sul piatto dalla Regione.

«Il bando dice Musacci- aprirà il 18 gennaio e sarà gestito dalle Camere di Commercio: ai titolari basterà dimostrare di aver subito un calo di fatturato del 20%, quindi tutti faranno domanda. Abbiamo calcolato che sono circa 20mila le imprese interessate, quindi il contributo dovrebbe aggirarsi a 1500 euro a pubblico esercizio».

Per avere un’idea, chiosa il presidente Fipe: «Io tra quello che ho ricevuto e quello che riceverò coprirò più o meno il 20-25% della mia perdita ». Cifre che possono bastare per le aziende famigliari proprietarie di muri, per chi ha i conti in regola e non ha debiti pregressi, ma per chi ha molti dipendenti e un canone pesante sulle spalle la coperta rischia di diventare corta. E l’incertezza delle prossime settimane pericolosa. «È una crisi che investe tutti – prosegue – dai più piccoli ai grandi chef stellati, che spesso basavano i propri bilanci su una clientela di turisti e appassionati provenienti anche dall’estero».

Poi c’è il problema dei codici Ateco in base ai quali vengono erogati i ristori: un bar che serve cornetti e cappuccini, solo per fare un esempio, ha lo stesso codice di un cocktail bar aperto solo la sera, sul quale il coprifuoco, volente o nolente, pesa di più. E se per adesso i dipendenti sono tutelati dal blocco dei licenziamenti prorogato fino a marzo e dalla cassa integrazione, c’è da chiedersi quanti contratti a tempo determinato già non sono stati rinnovati. E la cassa integrazione quanto copre, davvero? «La mia impresa è basata sui dipendenti – dice Musacci – e l’ultima cassa integrazione che hanno ricevuto è stata quella di ottobre.

A gennaio la paura è che hanno, e che ho, è che non avranno più neanche quei due giorni alla settimana in cui li facevo lavorare a stipendio pieno. E questo per loro è un danno enorme perché per come sono fatti i contratti del nostro settore una parte viene dall’integrazione del proprio livello fatta dal datore di lavoro, ovviamente in busta, non in nero. Ma la cassa arriva solo sullo stipendio base».